Case-History: Glifosato

Case-History: Glifosato

Il caso del Glifosato rappresenta un “Case-History” di straordinario interesse, emblema delle contraddizioni del nostro tempo.
La subalternità, la debolezza e sudditanza di agenzie pubbliche europee come l’EFSA (European, Food, Safety, Authority) ai poteri multinazionali è, a dir poco, inquietante e segnala un gigantesco problema di governo.
Gli effetti del glifosato andavano valutati con attenzione sia in rapporto alla salute umana (tossicità da impatto immediato e nocività ovvero effetti nel medio e lungo termine) e sia in rapporto all’ambiente e le risorse naturali non riproducibili da autorità scientifiche pubbliche e indipendenti.
Alla luce dei fatti è lecito chiedersi se esistono davvero Autorità scientifiche indipendenti non condizionate dal potere delle multinazionali. Questo lavoro doveva essere svolto dall’EFSA. Invece, vergognosamente, le sezioni del rapporto dell’EFSA che avrebbero dovuto contenere gli studi sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati, in alcune parti quasi parola per parola, dal dossier presentato da Monsanto! Sono 100 pagine sulle circa 4.300 del rapporto finale, ma si tratta delle sezioni più controverse e al centro dell’aspro dibattito degli ultimi mesi, quelle sulla potenziale geno-tossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato.
Il Comitato d’appello dell’Unione Europea, formato da rappresentanti di tutti gli Stati membri, ha approvato nel dicembre 2017 invece il rinnovo per altri cinque anni dell’autorizzazione del glifosato. L’Italia è tra i nove Paesi che hanno votato contro la proposta di rinnovo dell’autorizzazione dell’erbicida glifosato per 5 anni. Sulla stessa linea Francia, Belgio, Grecia, Ungheria, Lussemburgo, Lettonia, Cipro e Malta. Astenuto il Portogallo. A cambiare gli equilibri rispetto alla riunione del 9 novembre scorso, che non aveva espresso una maggioranza qualificata a sostegno o contro la proposta, è stato il voto favorevole di Romania, Bulgaria, Polonia e Germania, che, in precedenza, si erano astenute. Romania, Bulgaria e Polonia perché ritenevano che un’autorizzazione per cinque anni fosse troppo poco, la Germania perché chiedeva un prolungamento dell’attuale autorizzazione per tre anni.
La decisione è fortemente discutibile per un prodotto classificato come sostanza “probabilmente cancerogena per gli esseri umani” dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ma “sostanza non cancerogena” dall’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA)!

Grafico celiachia

Figura 1: Anthony SAMSEL and Stephanie SENEFF ‘Glyphosate, pathways to modern diseases II:Celiac sprue and gluten intolerance’ Independent Scientist and Consultant, Deerfield, NH 03037, USA Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory, MIT, Cambridge, MA, USA.

Nel grafico della figura 1, elaborato da un gruppo di studiosi indipendenti, si registra una crescita parallela dell’uso del glifosato e la diffusione della celiachia e altre intossicazioni intestinali. Questo studio è stato contestato da altri ricercatori non indipendenti con motivazioni molto risibili e di parte: a loro dire, lo studio risulterebbe incompleto perché non è dimostrata la correlazione tra la diffusione dell’uso del glifosato e la crescita dei casi di celiachia. Ammessa, ma non concessa, l’insufficiente evidenza della correlazione, quale altra ipotesi, quale alternativa viene formulata per spiegare la crescita esponenziale delle intossicazioni alimentari?
Altro tema è quello degli effetti di lungo periodo del glifosato sulla fertilità della terra non ancora sufficientemente esplorati. La fertilità in agricoltura è la capacità di un dato terreno di produrre dei prodotti agricoli ed è composta dall’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche. Per fertilità fisica si intendono le caratteristiche fisiche del terreno ravvisabili nella tessitura, cioè la proporzione delle varie categorie dimensionali (sabbia, limo, argilla), la struttura e disposizione delle componenti granulometriche che vanno a determinare, ad esempio, una struttura glomerulare o compatta; la porosità che consente la giusta aerazione del suolo, la densità, la tenacità. La fertilità chimica, oltre ad identificare la dotazione in elementi minerali nutritivi, comprende anche le proprietà chimiche che essi vanno ad influenzare, come ad esempio la reazione (PH), la capacità di scambio cationico (CSC), i processi di fissazione e retrogradazione degli elementi. Infine, la fertilità biologica è ravvisabile nella quantità di sostanza organica, ma, soprattutto, nella presenza di microorganismi: le attività che svolgono nel terreno, come la decomposizione della sostanza organica e la sua successiva umificazione e mineralizzazione, ma anche la mediazione pianta-nutrienti, sono di fondamentale importanza. Molte argomentazioni portate a sostegno del rinnovo si riferiscono ad una presunta assenza di alternative al glifosato. Falso. Senza riproporre in questa sede tutte le alternative tecniche, è utile riportare una delle innovazioni più recenti di straordinario valore brevettata da CNR. Le Alghe, i pomodori e i crostacei non sono gli ingredienti per una pietanza asiatica, ma per una bio-plastica “’verde” made in Italy che protegge le coltivazioni dalle erbe infestanti e a “fine vita” si trasforma in un fertilizzante. E’ stata messa a punto da un gruppo di ricerca internazionale, coordinato dall’Istituto per i bio-polimeri, compositi e biomateriali (Ipcb) di Pozzuoli ed è in sperimentazione in Italia, Messico, Spagna, Indonesia e Cina. La bio-plastica degradabile è uno spray, si spruzza sul terreno, dove si solidifica e diventa una pellicola che serve a coprire la base delle piante, dai fiori, agli ortaggi, fino alla vite. Ha l’obiettivo di bloccare la crescita di erbe infestanti, evitando l’uso di diserbanti. ”È ottenuta miscelando resine e fibre naturali”, spiega il ricercatore CNR Mario Malinconico , che ha coordinato il progetto. Le resine, prosegue Malinconico, sono prodotte a partire da alghe e gusci dei crostacei; le fibre invece provengono dagli scarti di pomodori o agrumi oppure da paglia o da fibre tessili come canapa e iuta. La plastica verde può essere usata sia in campo sia in serra e, a differenza delle pellicole ottenute dal petrolio usate oggi per i medesimi scopi, non è inquinante; al contrario, fa bene alle piante perché diventa un fertilizzante che contiene azoto. Dopo l’utilizzo si lavora nel terreno, dove è decomposta dai microrganismi. ”E’ più pratica per i contadini, che – rileva Malinconico – la applicano facilmente e non devono rimuoverla dopo il raccolto”. La plastica tradizionale usata in agricoltura, sottolinea, ha un grande impatto ambientale e se interrata, come fanno in Cina, soffoca le radici delle piante. Il progetto è stato finanziato dal programma europeo Life e ha coinvolto centri di ricerca di Germania, Svezia e Gran Bretagna.

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